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05 Settembre, 2007 10:02 Rassegna Stampa Permalink

il Manifesto del 2/9/2007

«La vera emergenza? I coltelli e il fascismo»
Un anno dopo l'uccisione di Renato Biagetti, in più di mille ritornano a Focene, alle porte di Roma, sul luogo dell'aggressione. Per dire basta alle «lame» e alla cultura squadrista. Ma il paese deserto, come allora, fa finta di niente.
 
di Cristina Petrucci e Giacomo Russo Spena
 
«Voglia de ride, de vive, e de lotta... tutto questo per te!». Nello striscione un ricordo, ma non solo. Sentimenti di rabbia e amore hanno portato più di un migliaio di persone ieri a Focene, frazione di Fiumicino, davanti al locale Buena Onda, per dare un saluto a Renato Biagetti, ingegnere romano di 26 anni e frequentatore del centro sociale Acrobax. È li che è stato aggredito e ucciso il 27 agosto 2006 da due giovani del luogo, di cui uno minorenne all'epoca dei fatti e l'altro diciannovenne.
 
Otto coltellate inflitte quasi tutte in punti vitali, sferrate con odio ed intolleranza nei confronti «del diverso, dell'alternativo, del giovane di sinistra». Un omicidio per il quale il maggiorenne Vittorio Emiliani è stato condannato in primo grado a 15 anni.
«La violenza ha un solo nome, così come le lame: fascismo. Mi batterò affinché questo modo di agire si arresti». A parlare è Stefania, la mamma di Renato, che ha lottato duramente in questo lungo anno per non fare passare la morte del figlio come frutto di una rissa tra balordi. Tesi purtroppo sostenuta da più campane. Si è battuta per ristabilire la verità e ieri non era la sola a volerla. All'iniziativa «Porta il tuo fiore a Renato» non c'erano solo amici e parenti ma tutti i centri sociali della capitale, le associazioni e qualche esponente di partito con delegazioni anche nazionali. Insieme per ricordare quella morte assurda e dire basta alla cultura fascista e a quella del coltello. «Spezza le lame», era la scritta che è apparsa al tramonto sulla spiaggia di Focene circondata da vistosi fuochi. Poi un lunghissimo applauso ha salutato Renato.
La maggior parte dei manifestanti ha trovato solo ieri, nella «collettivizzazione del dolore», la forza di tornare a Focene per la prima volta dopo i fatti. Ancora attoniti tentavano di ricostruire la precisa dinamica dell'episodio, ma con la loro presenza volevano soprattutto dire che Roma non dimentica. Eppure attorno al presidio c'era il vuoto. Un silenzio assordante, il deserto. Gli abitanti delle vicinanze oggi come allora (nessuno soccorse Renato durante l'aggressione) non sentono e non vedono. Sono restii a rilasciare dichiarazioni e non hanno voglia di ricordare quel 27 agosto. Un giorno sicuramente scomodo per la memoria della tranquilla Focene, tant'è che anche l'amministrazione comunale di Fiumicino (di destra) ha sorvolato sulla vicenda. Neanche una targa per ricordare l'omicidio di Biagetti. Assoluto silenzio, con la speranza che il tempo cancelli i ricordi. «Cosa difficile» per il proprietario del Buena Onda, che parla di una Focene «ancora scossa, non abituata ad assistere a tale violenza sul proprio territorio». Parlando qui e là con la gente del luogo, si riesce a trovare anche chi, tra una parola e un lungo silenzio, accusa il sindaco di lasciare nel degrado il territorio, non lavorando sulla partecipazione dei cittadini: «Qui mancano spazi di aggregazione e di confronto per i giovani che così purtroppo crescono con la cultura dell'intolleranza. La sera poi è tutto buio per via degli atterraggi all'aeroporto di Fiumicino».
Venivano quasi tutti da Roma, i partecipanti al presidio, malgrado il tentativo fatto di coinvolgere anche gli abitanti di Focene. Microfoni aperti, musica, partite di rugby (organizzata da Dario, il fratello di Renato), letture di racconti e poesie. Un modo gioioso per ricordare un'ennesima vittima del fascismo.
Ed è per questo che alcune mamme, con provenienze diverse ma accomunate dallo stesso destino, stanno collaborando insieme per creare un'associazione. Sono protagoniste di storie avvenute in città diverse ma collegate da un unico filo.
«E' importante che facciamo qualcosa insieme - spiega Patrizia, la mamma di Federico Aldrovandi, ragazzo diciottenne ucciso a Ferrara durante un fermo della polizia - . In questo anno abbiamo lavorato per costituire un gruppo composto da più voci, perché sappiamo che nel passato omicidi del genere sono rimasti totalmente impuniti e insabbiati. Una voce collettiva è più forte». Nell'associazione non potevano mancare la mamma di Carlo, Heidi Giuliani (ora senatrice del Prc) e Rosa, la mamma di Davide «Dax» Cesare, ucciso a Milano anche lui da una lama fascista. «Prima o poi - dice Rosa - se giri con le lame in tasca le usi. Mio figlio era un militante e per le sue idee è stato ucciso così come tutti questi ragazzi».


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